Del leone non si butta via niente

C’è un’immagine che non mi ha più lasciato dal 2015. Non è una fotografia, ma una costruzione mentale: un leone trattato come un animale da reddito, inserito in una filiera in cui ogni parte ha un valore economico. In Italia si dice “del maiale non si butta via niente”. In Sudafrica, per anni, questo principio ha riguardato anche il re della savana.

Il punto di partenza è stato il documentario Blood Lions, un lavoro giornalistico che ha reso visibile a livello internazionale un sistema fino ad allora poco compreso: l’industria dell’allevamento del leone in cattività e le sue connessioni con turismo, volontariato, caccia ai trofei e commercio di ossa.

All’epoca, i numeri erano già significativi: in Sudafrica si stimavano circa 3.000–3.500 leoni in natura, a fronte di una popolazione in cattività compresa tra gli 8.000 e i 10.000 individui distribuiti in oltre 200 strutture. Il testo che avevo tradotto anni fa descriveva una filiera che partiva dalla nascita dei cuccioli, passava per l’interazione con i turisti e terminava, spesso, con la caccia o con il commercio di parti del corpo.

Negli anni successivi, quel quadro non è scomparso. Stime più recenti indicano la presenza di circa 7.000–8.000 leoni in cattività in oltre 300 strutture, a conferma di un sistema ancora ampio e radicato. Allo stesso tempo, il contesto si è arricchito di studi scientifici e prese di posizione istituzionali che oggi permettono di analizzare il fenomeno con maggiore precisione e meno semplificazioni.

Per comprendere il fenomeno è necessario abbandonare la logica dell’episodio e adottare quella della filiera. L’allevamento del leone in Sudafrica non è stato, e in parte non è ancora, un insieme di pratiche isolate, ma un sistema economico strutturato.

Il primo anello è l’allevamento intensivo: le leonesse vengono fatte riprodurre con frequenze elevate, spesso attraverso la rimozione precoce dei cuccioli, pratica che accelera il ritorno in estro e aumenta la produttività.

I cuccioli alimentano il secondo anello, quello del turismo esperienziale. Il contatto diretto con i piccoli e le attività di “walking with lions” hanno rappresentato per anni una fonte di reddito significativa, mentre in parallelo si è sviluppato il volontariato internazionale, spesso presentato come conservazione ma inserito, nei fatti, in un contesto commerciale.

Il terzo anello riguarda la caccia ai leoni allevati in cattività. Qui entra in gioco il concetto di “canned hunting”, espressione diffusa ma non definita in modo univoco dal punto di vista giuridico: la normativa sudafricana, attraverso i regolamenti TOPS (Threatened or Protected Species Regulations), vieta specifiche modalità di caccia, ma non ha storicamente proibito in maniera assoluta la caccia a leoni allevati, lasciando spazio a pratiche controverse.

Il quarto anello è il commercio di ossa e derivati. Per anni il Sudafrica ha autorizzato l’esportazione di scheletri di leoni allevati, destinati in gran parte ai mercati asiatici della medicina tradizionale, completando una filiera in cui ogni parte dell’animale acquisiva un valore economico.

La progressiva messa in discussione di questo sistema è legata anche al lavoro di giornalisti e organizzazioni. Tra questi, il progetto Blood Lions ha avuto un ruolo centrale. Attraverso campagne, documentazione e pressione pubblica, ha contribuito a dimostrare come le diverse attività — cub petting, volontariato, caccia e commercio — non siano fenomeni separati, ma parti di una stessa filiera.

Un cambio di paradigma significativo inizia nel 2018, con il colloquium del Parlamento sudafricano sul captive lion breeding. Il processo prosegue con il lavoro dell’High-Level Panel del 2021, che raccomanda la fine dell’allevamento e dell’uso commerciale dei leoni in cattività. Negli anni successivi, il governo sudafricano ha adottato una posizione ufficiale orientata al phase-out del settore, con l’obiettivo di chiudere progressivamente le strutture esistenti e impedire nuove attività. Tuttavia, il processo è ancora in corso: l’industria non è scomparsa e la sua dismissione resta complessa, sia per il peso economico sia per i contenziosi legali e la gestione degli animali coinvolti.

Uno dei cambiamenti più rilevanti rispetto al passato riguarda il commercio di ossa. Se negli anni precedenti esisteva un sistema di quote legali per l’esportazione, oggi il Sudafrica si è orientato verso una quota pari a zero. Questo rappresenta un cambio significativo, ma non risolve automaticamente il problema: la riduzione del commercio legale solleva interrogativi sul possibile incremento dei traffici illegali.

Il rafforzamento della base scientifica è uno degli elementi chiave che ha contribuito al cambiamento del dibattito. Per anni l’industria ha sostenuto di avere un ruolo nella conservazione, ma la letteratura scientifica più recente mette in discussione questa narrativa.

Una revisione sistematica pubblicata nel 2025 sulla rivista Animals, basata su oltre cento studi, conclude che non esistono evidenze solide a supporto di benefici conservazionistici derivanti dall’allevamento commerciale dei leoni. Studi precedenti, come quello pubblicato nel 2015 su Biodiversity and Conservation, evidenziano inoltre che i leoni allevati in cattività non rappresentano una risorsa idonea per programmi di reintroduzione, a causa di limiti genetici, comportamentali e sanitari. Un ulteriore aspetto riguarda la domanda di mercato: documenti collegati alla CITES (Convention on International Trade in Endangered Species of Wild Fauna and Flora) indicano il rischio che l’offerta legale di ossa non sostituisca quella illegale, ma contribuisca ad ampliarla. A questo si aggiunge il problema del laundering, cioè l’inserimento di prodotti illegali nei circuiti legali. Infine, la concentrazione di grandi carnivori in strutture intensive pone anche questioni sanitarie, riconducibili al quadro più ampio dell’approccio “One Health”. Nel complesso, il tema non può più essere affrontato soltanto in termini etici: esiste oggi un corpus di evidenze scientifiche che mette in discussione la sostenibilità e il valore conservazionistico di questo modello.

A distanza di dieci anni, l’immagine del leone come “animale da filiera” non è scomparsa, ma è entrata in crisi. Il Sudafrica non è più un paese che sostiene apertamente questo sistema, ma non lo ha ancora completamente superato. Si trova in una fase intermedia, in cui la direzione politica è chiara ma l’attuazione è ancora incompleta.

“Del leone non si butta via niente” descrive un modello economico che ha trasformato un grande predatore in una risorsa integralmente sfruttabile. Oggi quel modello è oggetto di revisione. Le evidenze scientifiche, le pressioni internazionali e le decisioni istituzionali convergono nel metterne in discussione le basi. La questione non riguarda più soltanto l’etica, ma la coerenza tra pratiche e conoscenze. E, in un contesto globale in cui la biodiversità è sotto pressione, questa coerenza diventa centrale per la credibilità stessa della conservazione.

È proprio da questo percorso che è nato il progetto Trip to Rescue, con l’obiettivo di offrire a chi vuole avvicinarsi al volontariato naturalistico strumenti per orientarsi, informarsi e scegliere in modo consapevole.

Perché, alla fine, la questione non riguarda solo il Sudafrica o i leoni. Riguarda il modo in cui scegliamo di guardare, comprendere e partecipare al rapporto tra uomo e fauna selvatica.

Davide – Curioso di Natura