cattivi?

Quella sera stavo semplicemente cercando una serie poliziesca da guardare. Scorrendo il catalogo di una piattaforma di streaming mi sono imbattuto quasi per caso in un documentario su Jeffrey Dahmer, uno dei più noti serial killer statunitensi del Novecento, responsabile dell’uccisione di diciassette ragazzi e giovani uomini tra il 1978 e il 1991.
Omicidi pianificati, corpi smembrati e, in alcuni casi, parti dei corpi mangiate. Più ancora dei singoli delitti, però, a colpirmi era tutto ciò che li accompagnava, la consapevolezza delle proprie azioni, la pianificazione, il sadismo, il rapporto con la sofferenza delle vittime e il cannibalismo. Finito il documentario mi è rimasta in testa una parola molto semplice, cattiveria.
È una parola che utilizziamo continuamente e che sembra quasi non avere bisogno di spiegazioni. La usiamo davanti a un omicidio particolarmente efferato, alle atrocità di una guerra, a un attentato terroristico o più in generale quando qualcuno provoca deliberatamente sofferenza a un altro essere umano. Eppure, più ci pensavo, più mi rendevo conto che dietro quella parola apparentemente semplice si nascondono concetti molto diversi, come intenzione, consapevolezza, capacità di comprendere la sofferenza altrui e, in alcuni casi, persino il piacere nel provocarla.

Ed è stato proprio da lì che il pensiero è tornato al mio lavoro. Durante i tour mi capita spesso di sentire definire un animale “cattivo”, magari perché ha ucciso un piccolo, attaccato un altro individuo o compiuto qualcosa che a noi appare particolarmente duro. Lo stesso linguaggio compare spesso anche nei documentari e nei titoli dei giornali, dove non è raro incontrare animali descritti come crudeli, spietati o feroci. Sono parole che tutti capiamo immediatamente, ma proprio per questo rischiamo di usarle senza chiederci che cosa significhino davvero quando le applichiamo a una specie diversa dalla nostra.
Il primo problema è proprio la parola “cattivo”, perché in etologia non è una categoria scientifica. Quando la usiamo per una persona non stiamo descrivendo soltanto ciò che ha fatto, ma stiamo formulando anche un giudizio sulle sue intenzioni, sulla consapevolezza delle conseguenze e sulla responsabilità delle proprie azioni. Con gli altri animali il discorso diventa molto più delicato, perché possiamo osservare un comportamento, studiarne le cause e, in molte specie, raccogliere indizi sulle emozioni e sulle capacità cognitive coinvolte, ma non possiamo semplicemente trasferire tutto il nostro vocabolario morale da una specie all’altra.

Anche parole che sembrano vicine tra loro indicano in realtà cose diverse. La senzienza è la capacità di avere esperienze soggettive, quindi di provare stati che possono essere positivi o negativi, come dolore, paura o piacere, ma questo non significa automaticamente possedere un senso morale simile al nostro. Il sadismo è ancora un’altra cosa, perché implica ricavare piacere dalla sofferenza altrui, e dimostrare qualcosa del genere in un animale richiede molto più che osservare un comportamento violento o apparentemente crudele.

Se vogliamo capire quanto sia facile usare male questa parola, il leone africano è un buon punto di partenza. Quando nuovi maschi conquistano un branco possono uccidere i cuccioli generati dai maschi precedenti e, osservata con i nostri occhi, è una scena che può apparire terribile. Dal punto di vista biologico, però, l’infanticidio è legato alla competizione riproduttiva, perché la perdita dei piccoli può anticipare il ritorno delle femmine alla riproduzione e aumentare per i nuovi maschi la possibilità di generare la propria prole durante il periodo in cui controllano il branco. Le femmine, tra l’altro, possono difendere i cuccioli o cercare di evitare i nuovi maschi, a dimostrazione che non stiamo osservando una semplice sequenza meccanica, ma un conflitto di interessi riproduttivi molto complesso (Packer e Pusey, 1983).

Nelle iene maculate lo scenario è diverso. Trent’anni di osservazioni su gruppi selvatici hanno documentato casi di infanticidio compiuti da femmine adulte ai danni dei piccoli di altre femmine e, nella popolazione studiata, questi episodi rappresentavano una parte importante della mortalità giovanile. I dati hanno fornito soprattutto sostegno all’ipotesi di una competizione per la posizione sociale tra linee materne, quindi ancora una volta dietro a un comportamento che potremmo definire istintivamente “spietato” troviamo una dinamica sociale e riproduttiva precisa, non una generica volontà di fare del male (Brown et al., 2021).

Ancora più difficile da accettare intuitivamente è ciò che accade in alcuni rapaci. Nell’aquila di Verreaux, Aquila verreauxii, normalmente si schiudono due uova a distanza di alcuni giorni e il primo pullo, già più grande e forte, attacca il fratello minore fino a provocarne quasi sempre la morte. Questo comportamento, chiamato cainismo o siblicidio, è stato studiato in numerose specie di rapaci e non può essere spiegato semplicemente con la scarsità di cibo, perché in alcune specie persiste anche quando il cibo è abbondante. È quindi un altro caso in cui la brutalità apparente dell’azione non coincide necessariamente con una spiegazione morale del comportamento (Simmons, 1988).

Leone, iena e aquila compiono azioni che, viste attraverso le nostre categorie, possono sembrare crudeli o spietate, eppure basta osservare meglio il contesto perché quelle parole comincino a perdere precisione. In un caso prevale la competizione riproduttiva, in un altro la struttura sociale, in un altro ancora una forma di competizione tra fratelli profondamente legata alla storia evolutiva della specie, quindi definire semplicemente questi animali “cattivi” non ci aiuta a capire ciò che fanno, anzi rischia di nascondere proprio ciò che l’etologia cerca di spiegare.

Il passaggio successivo rende tutto ancora più difficile da osservare con distacco, perché esistono specie nelle quali un individuo non soltanto uccide un proprio conspecifico, ma ne consuma anche il corpo. È probabilmente qui che il nostro giudizio morale diventa più immediato, perché il cannibalismo, almeno nella nostra cultura, porta con sé un peso emotivo enorme e ci spinge quasi automaticamente a cercare intenzioni, crudeltà e perfino qualcosa che somigli al sadismo.

Uno dei casi più interessanti riguarda lo scimpanzé, uno dei nostri parenti evolutivi più prossimi. Nel 1977 Jane Goodall descrisse a Gombe, in Tanzania, diversi episodi di uccisione di piccoli seguiti dal consumo del corpo e, in uno dei casi più sorprendenti, una femmina adulta e sua figlia uccisero e mangiarono tre piccoli appartenenti ad altre femmine della stessa comunità nell’arco di circa due anni. Lo studio documentava con grande precisione questi comportamenti, ma non individuava una spiegazione unica e definitiva, tanto che la stessa Goodall sottolineava quanto alcuni aspetti dell’infanticidio e del cannibalismo negli scimpanzé rimanessero difficili da interpretare (Goodall, 1977).

Qualche decennio più tardi, ventiquattro anni di osservazioni sulla comunità di Sonso, nella foresta di Budongo in Uganda, hanno permesso di mettere alla prova diverse ipotesi sull’infanticidio. In quella popolazione la maggior parte degli attacchi conosciuti era compiuta da maschi e le vittime erano soprattutto piccoli molto giovani, mentre le femmine che perdevano il proprio piccolo tornavano a concepire mediamente molto prima rispetto a quelle il cui piccolo sopravviveva.
I dati sostengono quindi soprattutto l’ipotesi della selezione sessuale, secondo la quale l’uccisione del piccolo può creare nuove opportunità riproduttive per i maschi. Il cannibalismo, invece, era raro e parziale, e gli autori concludono che il consumo del corpo sembra essere più una conseguenza dell’infanticidio che la ragione per cui esso avviene (Lowe et al., 2020).

Qualcosa di simile accade nei suricati, anche se in un contesto biologico diverso. Durante uno studio su gruppi selvatici alcune femmine furono osservate mentre uccidevano piccoli appena nati appartenenti ad altre femmine del gruppo e spesso li mangiavano, e nella grande maggioranza degli episodi la femmina responsabile era gravida (Young e Clutton-Brock, 2006). Anche qui l’immagine è forte, ma ciò che emerge dagli studi rimanda soprattutto alla competizione riproduttiva, non alla necessità di immaginare un animale che agisce con l’intenzione morale di fare del male.

La rana toro africana, Pyxicephalus adspersus, ci porta ancora più lontano dalle nostre categorie. Nel sistema del Cuvelai, nel nord della Namibia, è stato documentato il consumo di girini della stessa specie, quindi un vero caso di cannibalismo, ma qui il comportamento è molto più vicino alla predazione intraspecifica, perché un individuo più grande può includere un conspecifico più piccolo tra le possibili prede (Okeyo et al., 2014). Il risultato finale può apparire simile a quello osservato negli altri esempi, un individuo della stessa specie viene ucciso e mangiato, ma le cause biologiche possono essere completamente diverse.

A questo punto la distinzione diventa importante. Dire che un animale è senziente non significa negargli intenzioni, emozioni o capacità cognitive complesse, e sarebbe altrettanto sbagliato immaginarlo come una sorta di macchina che reagisce automaticamente agli stimoli. Molte specie prendono decisioni, modificano il proprio comportamento in base al contesto, imparano dall’esperienza e mostrano capacità sociali che continuiamo ancora oggi a studiare. Ma riconoscere tutto questo non significa automaticamente poter attribuire loro responsabilità morale o concludere che, quando provocano sofferenza, lo facciano perché desiderano quella sofferenza o perché ne ricavano piacere.

Ed è forse qui che parole come “cattivo” e “sadico” mostrano tutti i loro limiti. Possiamo osservare un leone mentre uccide un cucciolo, uno scimpanzé che uccide e mangia un piccolo o una femmina di suricato che elimina la prole di un’altra femmina, possiamo descrivere con precisione ciò che accade e studiare il contesto nel quale avviene, ma passare dalla descrizione del comportamento alla ricostruzione dell’esperienza mentale dell’animale è un salto molto più grande. Questo non significa che gli animali siano “buoni”, perché anche quella sarebbe una categoria morale umana applicata nello stesso modo, significa semplicemente cercare di descriverli per quello che sono, senza trasformarli né in mostri né in versioni idealizzate di noi stessi.

Ripensando a Dahmer, la differenza che mi sembra più importante non è quindi nel semplice atto di uccidere, e neppure nel cannibalismo, comportamenti che possiamo ritrovare anche in altre specie, ma in tutto ciò che nel caso umano possiamo collegare alla consapevolezza delle proprie azioni, alla pianificazione, alle fantasie, al rapporto con la sofferenza delle vittime e alla responsabilità delle proprie scelte. Quando usiamo la parola “cattivo” per un essere umano stiamo mettendo dentro quella parola anche tutto questo, mentre quando la trasferiamo automaticamente a un animale rischiamo di aggiungere al comportamento osservato qualcosa che appartiene soprattutto al nostro modo di interpretarlo.

Forse allora la domanda più interessante non è stabilire se esistano animali cattivi, ma capire perché sentiamo così spesso il bisogno di definirli in questo modo. Davanti a un comportamento che ci disturba cerchiamo quasi naturalmente qualcosa di familiare, un’intenzione, una colpa, una crudeltà, perché sono categorie attraverso le quali interpretiamo il comportamento della nostra stessa specie.
L’etologia ci chiede uno sforzo diverso, osservare ciò che un animale fa, cercare di capire perché lo fa e fermarci prima di attribuirgli ciò che non siamo in grado di dimostrare. Può sembrare una distinzione sottile, ma credo sia uno dei passaggi più importanti per chiunque voglia davvero conoscere e raccontare gli animali.

Bibliografia essenziale:

Brown, A. K., Pioon, M. O., Holekamp, K. E., & Strauss, E. D. (2021). Infanticide by Females Is a Leading Source of Juvenile Mortality in a Large Social Carnivore. The American Naturalist, 198(5), 642–652.

Goodall, J. (1977). Infant killing and cannibalism in free-living chimpanzees. Folia Primatologica, 28(4), 259–289.

Lowe, A. E., Hobaiter, C., Asiimwe, C., Zuberbühler, K., & Newton-Fisher, N. E. (2020). Intra-community infanticide in wild, eastern chimpanzees: a 24-year review. Primates, 61, 69–82.

Okeyo, D. O., Kashea, M. M., & Kandjengo, L. (2014). The Feeding habits of the Giant African Bullfrog (Anura: Pyxicephalidae: Pyxicephalus adspersus Tschudi, 1839) of the Cuvelai Drainage System in Northern Namibia. International Science & Technology Journal of Namibia, 4, 62–71.

Packer, C., & Pusey, A. E. (1983). Adaptations of female lions to infanticide by incoming males (Panthera leo). The American Naturalist, 121(5), 716–728.

Simmons, R. (1988). Offspring quality and the evolution of cainism. Ibis, 130, 339–357.

Young, A. J., & Clutton-Brock, T. (2006). Infanticide by subordinates influences reproductive sharing in cooperatively breeding meerkats. Biology Letters, 2(3), 385–387.